Durante il lungo periodo che va dal neolitico alla rivoluzione industriale domina la contrapposizione tra due figure giuridiche, che definiremo genericamnete"servo" e "signore". Il termine servo viene qui utilizzato in una accezione piuttosto ampia: servo è lo schiavo, il servo della gleba o il piccolo contadino semilibero.
Tutte queste figure si definiscono esclusivamente nel loro rapporto con il signore: non esiste servo senza il suo signore e viceversa. Lo schiavo è oggetto di dominio assoluto del signore, che ha su di lui diritto di vita o di morte. Questa figura è tipica delle società antiche (greca e romana) e dell'età moderna (pensiamo alla deportazione degli schiavi africani nelle colonie americane)
Il servo della gleba è invece considerato persona; il signore non ha su di lui diritto di vita o di morte, anche se la sua esistenza è indissolubilmente legata alla terra che lavora, nel senso che il signore può venderlo a un altro insieme alla terra. Il servo della gleba è una figura tipicamente medievale, anche se possiamo dire che, in forme più sfumate, perdura nella vecchia Europa fino alla rivoluzione francese e in Russia addirittura fino al 1860. Il contadino semilibero, a differenza del servo della gleba, possiede, oltre ai beni mobili, anche beni immobili (un piccolo appezzamento di terra, la dimora) anche se è gravato da obblighi nei confronti del signore (le decime ad es. nei confronti del signore ecclesiastico). Il contadino semilibero è una figura senza tempo che esiste da sempre e che si ritrova ancora oggi in molte società del mondo contemporaneo.
Veniamo al signore: la sua caratteristica fondamentale è il possedere. La terra e i servi contadini sono l'oggetto di questo possedere. Le famiglie più ricche arrivavano a controllare intere regioni, centinaia di chilometri quadrati. Inoltre gli è estraneo il concetto di lavoro inteso come attività finalizzata alla produzione di beni di consumo. La sua occupazione principale è la guerra, che egli combatte solitamente coalizzandosi con altri suoi pari contro altri signori. Pensiamo agli eroi greci descritti nell'Iliade di Omero o ai paladini di Carlo Magno o alle guerre dinastiche (di successione) del XXVIII secolo. La caccia e i tornei, che altro non sono se non simulazioni della guerra, sono le altre attività principale del signore.
Sulla base di quanto finora descritto possiamo definire il rapporto servo-padrone come un rapporto personale tra un soggetto indipendente, possessore di enormi estensioni territoriali, dotato di potenti mezzi miltari e un soggetto possessore della sola capacità di compiere prestazioni lavorative, assolutamente dipendente dal primo e dunque bisognoso di protezione.
Il controllo del signore è garantito dall'impossibilità da parte del servo di avere contatti con tutto ciò che si trova fuori della struttura nella quale è inserito (il complesso di edifici e di terreni di proprietà del signore stesso).
Il rapporto, tutto sbilanciato dalla parte del primo, si caratterizza innanzitutto come dominio inteso come esercizio della proprietà sulle terre e sui servi appunto.
Oltre a quello del dominio, altri due aspetti mi sembrano di grande importanza. Il primo attiene alla sfera economica del rapporto , nel quale il signore e il suo clan si caratterizzano come gli esclusivi consumatori di ciò che il servo produce. L'oggetto di tale produzione, sia esso il prodotto della terra o il manufatto, ha un'unica direzione: quella che va dal servo al signore.
L'altro aspetto che va sottolineato è quello della personalità del rapporto tra i due soggetti. Il servo risponde direttamente e ed esclusivamente al signore senza intermediazioni di alcun tipo, senza "terze parti". L'immediatezza di tale rapporto evidenzia anche l'assoluta discontinuità tra servo e padrone: diversità biologica "di sangue".
Lo schema servo-signore vale, seppure con i necessari distinguo legati all'emergere delle prime forme di borghesia, anche per l'età moderna (vedi il post precedente sulla necessità di una maggiore semplificazione nella periodizzazione). Tutte le società del mondo preindustriale (dunque anche le società del mondo moderno) sono essenzialmente doninate da rapporti consuetudinari legati alla tradizione dell'antico dominio signorile.
Vedremo successivamente come con la rivoluzione industriale l'emergere prepotente di una nuova figura chiave, quella del borghese, si inserirà nel vecchio rapporto servo-signore, ne stravolgerà l'aspetto economico e introdurrà nuove forme di dominio, impersonali e indirette.
domenica 18 ottobre 2009
domenica 21 settembre 2008
Il problema della periodizzazione
Nel post precedente abbiamo molto schematicamente suddiviso la storia dell'uomo in due grandi momenti: una lunghissima fase che va dal neolitico fino alla rivoluzione industriale e una fase più recente, che va dalla rivoluzione industriale fino ai giorni nostri, mettendo in relazione un' epoca della preistoria (il neolitico) con un fatto che appartiene alla storia (la riv. industriale).
Nel fare ciò abbiamo volutamente sconvolto la periodizzazione classica, quella che si trova nei libri di scuola e che è stata generalmente accettata dalla storiografia.
I motivi di tale impostazione sono da ricondurre all'esigenza di uscire dalla convenzionalità degli eventi individuati nella periodizzazione classica per indicare il passaggio da un'epoca all'altra. Ricordiamoli brevemente: 476 d.C. caduta dell'impero romano d'occidente e fine della storia antica, 1492 scoperta dell'america e fine della storia medievale, 1789 primo anno della rivoluzione francese e fine della storia moderna. A partire dal 1789 inizia la storia contemporanea.
Una suddivisione delle "età della storia" costruita privilegiando alcuni fatti rispetto ad altri non rende ragione della profonda coerenza e unità del processo storico e non aiuta a capire. Questo tipo di approccio presuppone che un fatto storico sia come la risultante della somma dei fatti precedenti ad esso. Ricostruire i fatti e unificarli in sequenza temporale con la preposizione "poi" rimane un puro esercizio di ricerca archivistica, se non è accompagnato dalla consapevolezza che la storia è il dispiegarsi nel tempo del rapporto degli uomini con gli altri uomini e degli uomini con la natura. I rapporti tra gli uomini mutano nel tempo perchè cambia il loro relazionarsi con la natura e viceversa la natura si trasforma nel tempo perchè cambiano i rapporti tra gli uomini.
Una periodizzazione costruita con questo criterio elimina come esteriore e accidentale la distinzione tra storia antica, medievale e moderna, unificandole in un unico lungo periodo che si conclude con la rivoluzione industriale.
Nelle società pre-industriali la natura subisce un lento benchè inesorabile processo di trasformazione. La scienza e la tecnica registrano sensibili progressi, ma non tali da provocare un reale cambiamento nella vita degli uomini. L'uomo medievale non è molto diverso dall'uomo moderno o dall'uomo antico e i loro rapporti non sono sconvolgentemente mutati in questo lungo lasso di tempo.
Fu la rivoluzione industriale a trasformare il contadino in un "altro" uomo assolutamente diverso, a cancellare dalla storia la figura del signore per sostituirlo con un nuovo padrone, ad imprimere una portentosa accelerazione al processo di trasformazione della natura, fino a sconvolgere l'intero ecosistema.
La natura può riprodursi ed esistere senza l'uomo, viceversa l'uomo non può continuare a esistere senza natura. L'uomo nuovo delle società industriali produce la tecnologia che è figlia della cultura del profitto. La tecnologia violenta e distrugge la natura, dunque l'uomo stesso. Questa è la cupa prospettiva che si presenta a questo nuovo "homo technologicus".
La nostra proposta interpretativa, che pone l'accento sulle relazioni sociali tra gli uomini e sul rapporto uomo/natura non vuole mettere al bando le periodizzazioni costruite sulle date, ma le vuole radicarle nella struttura unitaria della storia, mettendo in relazione anche fatti apparentemente lontani cronologicamente e uscendo dalle schematizzazioni rigide dell'approccio "scolastico".
Nel fare ciò abbiamo volutamente sconvolto la periodizzazione classica, quella che si trova nei libri di scuola e che è stata generalmente accettata dalla storiografia.
I motivi di tale impostazione sono da ricondurre all'esigenza di uscire dalla convenzionalità degli eventi individuati nella periodizzazione classica per indicare il passaggio da un'epoca all'altra. Ricordiamoli brevemente: 476 d.C. caduta dell'impero romano d'occidente e fine della storia antica, 1492 scoperta dell'america e fine della storia medievale, 1789 primo anno della rivoluzione francese e fine della storia moderna. A partire dal 1789 inizia la storia contemporanea.
Una suddivisione delle "età della storia" costruita privilegiando alcuni fatti rispetto ad altri non rende ragione della profonda coerenza e unità del processo storico e non aiuta a capire. Questo tipo di approccio presuppone che un fatto storico sia come la risultante della somma dei fatti precedenti ad esso. Ricostruire i fatti e unificarli in sequenza temporale con la preposizione "poi" rimane un puro esercizio di ricerca archivistica, se non è accompagnato dalla consapevolezza che la storia è il dispiegarsi nel tempo del rapporto degli uomini con gli altri uomini e degli uomini con la natura. I rapporti tra gli uomini mutano nel tempo perchè cambia il loro relazionarsi con la natura e viceversa la natura si trasforma nel tempo perchè cambiano i rapporti tra gli uomini.
Una periodizzazione costruita con questo criterio elimina come esteriore e accidentale la distinzione tra storia antica, medievale e moderna, unificandole in un unico lungo periodo che si conclude con la rivoluzione industriale.
Nelle società pre-industriali la natura subisce un lento benchè inesorabile processo di trasformazione. La scienza e la tecnica registrano sensibili progressi, ma non tali da provocare un reale cambiamento nella vita degli uomini. L'uomo medievale non è molto diverso dall'uomo moderno o dall'uomo antico e i loro rapporti non sono sconvolgentemente mutati in questo lungo lasso di tempo.
Fu la rivoluzione industriale a trasformare il contadino in un "altro" uomo assolutamente diverso, a cancellare dalla storia la figura del signore per sostituirlo con un nuovo padrone, ad imprimere una portentosa accelerazione al processo di trasformazione della natura, fino a sconvolgere l'intero ecosistema.
La natura può riprodursi ed esistere senza l'uomo, viceversa l'uomo non può continuare a esistere senza natura. L'uomo nuovo delle società industriali produce la tecnologia che è figlia della cultura del profitto. La tecnologia violenta e distrugge la natura, dunque l'uomo stesso. Questa è la cupa prospettiva che si presenta a questo nuovo "homo technologicus".
La nostra proposta interpretativa, che pone l'accento sulle relazioni sociali tra gli uomini e sul rapporto uomo/natura non vuole mettere al bando le periodizzazioni costruite sulle date, ma le vuole radicarle nella struttura unitaria della storia, mettendo in relazione anche fatti apparentemente lontani cronologicamente e uscendo dalle schematizzazioni rigide dell'approccio "scolastico".
giovedì 29 novembre 2007
La terra e la macchina: due rivoluzioni "ininterrotte"
Prima di affrontare i temi che riguardano la storia del XIX e XX secolo, vorrei fare una riflessione su quelle che lo storico economico Carlo M. Cipolla considera le due vere e decisive rivoluzioni della storia dell'umanità: il neolitico e la rivoluzione industriale.
Tutte le cosiddette rivoluzioni costituiscono un cambiamento radicale rispetto ad un ordine precedentemente costituito. Quella che storicamente possiede in modo compiuto la caratteristica della radicalità è certamente la rivoluzione francese, che coinvolse e sconvolse una società intera, dal servo/contadino al re.
Se prendiamo ancora come esempio questa rivoluzione, ci accorgiamo però che essa, sebbene con Napoleone avesse varcato i confini dello stato francese, rimase tuttavia un fenomeno principalmente europeo.
Se la consideriamo in una prospettiva non semplicemente eurocentrica, possiamo dire che quella francese fu una rivoluzione radicale sul piano sociale in Francia e decisiva per l'Europa sul piano dell'inluenza che ebbe sugli eventi che ne segnarono la storia successiva, ma fu molto limitata sul piano geografico.
Ritorniamo allora alla riflessione iniziale e definiamo il neolitico e la rivoluzione industriale (in particolare l'avvento della macchina a vapore) come cambiamenti radicali e globali nella storia dell'umanità.
Cronologicamente il neolitico si colloca nell'ultima fase della cossiddetta "età della pietra" dopo il paleolitico e il mesolitico. Come per tutti i periodi della preistoria dell'uomo, è impossibile definirne una data di inizio e una di fine, innanzitutto per la distanza cronologica da esso e poi perchè il suo inizio e la sua fine non coincidono in tutti i luoghi geografici del globo (ad es. in Europa inizia qualche millennio più tardi rispetto all'Asia).
Con ragionevole approssimazione possiamo comunque dire che esso copre un arco temporale che va dal IX millennio a.C. al IV millennio circa a.C., quando ha inizio l'età del rame.
Rispetto ai due periodi precedenti il neolitico si caratterizza per i nuovi metodi di lavorazione della pietra (levigata e non più semplicemente scheggiata), per la scoperta dell'argilla, ma soprattutto per l'introduzione dell'agricoltura e dell'allevamento: da semplice cacciatore/raccoglitore, l'uomo diventa contadino/allevatore.
Riflettiamo sulle implicazioni che quest'ultimo cambiamento porta con sè: l'uomo prima cacciava in un luogo e raccoglieva in quel luogo ciò che la vegetazione spontanea gli offriva, poi si spostava in un altro luogo e qui nuovamante cacciava e raccoglieva e così via. Egli non aveva nulla di stabile poichè, ciò che cacciava immediatamente lo consumava, ciò che raccoglieva idem, inoltre, spostandosi continuamente, non poteva prendere possesso di nulla nè nulla stabilmente edificare. L'introduzione delle prime tecniche di sfruttamento della terra lo costringono a fermarsi e dunque a prendere possesso del luogo da coltivare o da dissodare o da bonificare. Inizia così una nuova epoca caratterizzata da un nuovo rapporto con la terra, che segnerà in modo decisivo lo svolgimento della storia successiva fino alla rivoluzione industriale del XVIII e XIX sec.
Possedere la terra o non possederla sarà l'elemento essenziale che consentirà d'ora in poi di distinguere il signore o il contadino libero dal servo o dallo schiavo. Possedere molta terra sarà l'elemento che consentirà di distinguere il signore da tutti gli altri.
Sul piano sociale la sedentarizzazione avrà come conseguenza la divisione del lavoro tra chi avrà compiti semplicemente operativi (l'aratura, la semina, la raccolta) e chi avrà un ruolo di maggiore responsabilità (custodire le sementi, difendere il terreno o il bestiame)
Non dimentichiamo che lo sfruttamento della terra implica un aumento generalizzato della quantità di cibo disponibile, favorendo l'aumento demografico e consentendo ad alcuni di non doversi più occupare semplicemente del loro sostentamento, potendosi dedicare ad altre attività (militari, religiose, politiche),
Non finisce qui: l'introduzione dell'agricoltura muterà completamente il rapporto uomo/natura nel senso che l'uomo per la prima volta romperà il ciclo della natura, introducendo forzatamente nuove colture là dove prima era la vegetazione spontanea.
Sul piano economico le fasi di crisi coincideranno sempre con siccità o carestie, i periodi di prosperità saranno sempre legati a stagioni di buoni raccolti.
Come si può facilmente evincere da questa analisi, è il rapporto con la terra a dominare le società umane dal neolitico in poi e a caratterizzare quello che comunemente viene definito "il mondo antico". Non è un caso che nella religione della grecia antica "gea" (la terra appunto), fosse la madre primigenia di tutti gli dei.
Quando si spezza questo rapporto?
Ritengo che si possa prendere come riferimento cronologico una data ben precisa: il 1769 anno in cui James Watt, riprendendo gli studi di Thomas Savary, mette a punto la prima maccchina a vapore (nella foto esempio di motore a vapore).
Di tutti gli elementi costitutivi della cosiddetta rivoluzione industriale nell'Inghilterra del XVIII/XIX sec. (presenza di materie prime strategiche, accumulazione di capitali, forte sviluppo del commercio, crescita demografica, avanzata urbanizzazione, rivoluzione agricola) è certamente l'uso della macchina a vapore ad imprimere al processo di industrializzazione una accelerazione decisiva. Fu la maccchina a vapore a risolvere il problema dell'estrazione del carbon fossile. Fu sempre la macchina a vapore a ottimizzare il processo di fusione della ghisa negli altiforni a coke. Poter dare forma al ferro a basso costo , significava produrre su scala industriale nuovi utensili, nuove macchine, le stesse rotaie e i treni che velocizzarono notevolmente i tempi di trasporto delle merci.
Ovunque la macchina a vapore consentì di concentrare uno straordinario volume di produzione in un solo attrezzo, unificando in un unico ambiente (la fabbrica) ciò che prima era disperso nei villaggi dei contadini, che durante l'inverno lavoravano ad es. come filatori o tessitori o vetrai, non essendo impegnati nelle operazioni di semina o aratura o raccolta. Progressivamente scompare la figura del contadino sostituita da quella dell'operaio e la terra perde di importanza: il possederla non determina più la ricchezza o il potere; ricchezza e potere sono legati ora indissolubilmente alla proprietà dei mezzi di produzione.
La terra e la macchina: esse rappresentano due rivoluzioni realmente globali, epocali. Mi piace definirle "rivoluzioni ininterrotte" (riprendo la definizione data da Scipione Guarracino alla rivoluzione industriale nella sua "Storia dell'età moderna" Edizioni Bruno Mondadori pag. 357) per distinguerle dalle "rivoluzioni storiche". Queste ultime portano cambiamenti radicali, ma hanno breve durata e una dimensione geografica limitata. La discontinuità che generano rispetto al passato si interrompe presto, seguita di solito da una fase di "normalizzazione".
Le due rivoluzioni legate alla terra e alla macchina innescano inveceun processo ininterrotto di cambiamenti, un processo continuo e di lunga durata, che sopravvive agli eventi storici contingenti.
La terra e la macchina saranno inoltre due categorie fondamentali, che ci consentiranno di comprendere meglio il mondo antico e la società contemporanea.
Tutte le cosiddette rivoluzioni costituiscono un cambiamento radicale rispetto ad un ordine precedentemente costituito. Quella che storicamente possiede in modo compiuto la caratteristica della radicalità è certamente la rivoluzione francese, che coinvolse e sconvolse una società intera, dal servo/contadino al re.
Se prendiamo ancora come esempio questa rivoluzione, ci accorgiamo però che essa, sebbene con Napoleone avesse varcato i confini dello stato francese, rimase tuttavia un fenomeno principalmente europeo.
Se la consideriamo in una prospettiva non semplicemente eurocentrica, possiamo dire che quella francese fu una rivoluzione radicale sul piano sociale in Francia e decisiva per l'Europa sul piano dell'inluenza che ebbe sugli eventi che ne segnarono la storia successiva, ma fu molto limitata sul piano geografico.
Ritorniamo allora alla riflessione iniziale e definiamo il neolitico e la rivoluzione industriale (in particolare l'avvento della macchina a vapore) come cambiamenti radicali e globali nella storia dell'umanità.
Cronologicamente il neolitico si colloca nell'ultima fase della cossiddetta "età della pietra" dopo il paleolitico e il mesolitico. Come per tutti i periodi della preistoria dell'uomo, è impossibile definirne una data di inizio e una di fine, innanzitutto per la distanza cronologica da esso e poi perchè il suo inizio e la sua fine non coincidono in tutti i luoghi geografici del globo (ad es. in Europa inizia qualche millennio più tardi rispetto all'Asia).
Con ragionevole approssimazione possiamo comunque dire che esso copre un arco temporale che va dal IX millennio a.C. al IV millennio circa a.C., quando ha inizio l'età del rame.
Rispetto ai due periodi precedenti il neolitico si caratterizza per i nuovi metodi di lavorazione della pietra (levigata e non più semplicemente scheggiata), per la scoperta dell'argilla, ma soprattutto per l'introduzione dell'agricoltura e dell'allevamento: da semplice cacciatore/raccoglitore, l'uomo diventa contadino/allevatore.
Riflettiamo sulle implicazioni che quest'ultimo cambiamento porta con sè: l'uomo prima cacciava in un luogo e raccoglieva in quel luogo ciò che la vegetazione spontanea gli offriva, poi si spostava in un altro luogo e qui nuovamante cacciava e raccoglieva e così via. Egli non aveva nulla di stabile poichè, ciò che cacciava immediatamente lo consumava, ciò che raccoglieva idem, inoltre, spostandosi continuamente, non poteva prendere possesso di nulla nè nulla stabilmente edificare. L'introduzione delle prime tecniche di sfruttamento della terra lo costringono a fermarsi e dunque a prendere possesso del luogo da coltivare o da dissodare o da bonificare. Inizia così una nuova epoca caratterizzata da un nuovo rapporto con la terra, che segnerà in modo decisivo lo svolgimento della storia successiva fino alla rivoluzione industriale del XVIII e XIX sec.
Possedere la terra o non possederla sarà l'elemento essenziale che consentirà d'ora in poi di distinguere il signore o il contadino libero dal servo o dallo schiavo. Possedere molta terra sarà l'elemento che consentirà di distinguere il signore da tutti gli altri.
Sul piano sociale la sedentarizzazione avrà come conseguenza la divisione del lavoro tra chi avrà compiti semplicemente operativi (l'aratura, la semina, la raccolta) e chi avrà un ruolo di maggiore responsabilità (custodire le sementi, difendere il terreno o il bestiame)
Non dimentichiamo che lo sfruttamento della terra implica un aumento generalizzato della quantità di cibo disponibile, favorendo l'aumento demografico e consentendo ad alcuni di non doversi più occupare semplicemente del loro sostentamento, potendosi dedicare ad altre attività (militari, religiose, politiche),
Non finisce qui: l'introduzione dell'agricoltura muterà completamente il rapporto uomo/natura nel senso che l'uomo per la prima volta romperà il ciclo della natura, introducendo forzatamente nuove colture là dove prima era la vegetazione spontanea.
Sul piano economico le fasi di crisi coincideranno sempre con siccità o carestie, i periodi di prosperità saranno sempre legati a stagioni di buoni raccolti.
Come si può facilmente evincere da questa analisi, è il rapporto con la terra a dominare le società umane dal neolitico in poi e a caratterizzare quello che comunemente viene definito "il mondo antico". Non è un caso che nella religione della grecia antica "gea" (la terra appunto), fosse la madre primigenia di tutti gli dei.
Quando si spezza questo rapporto?
Ritengo che si possa prendere come riferimento cronologico una data ben precisa: il 1769 anno in cui James Watt, riprendendo gli studi di Thomas Savary, mette a punto la prima maccchina a vapore (nella foto esempio di motore a vapore).

Di tutti gli elementi costitutivi della cosiddetta rivoluzione industriale nell'Inghilterra del XVIII/XIX sec. (presenza di materie prime strategiche, accumulazione di capitali, forte sviluppo del commercio, crescita demografica, avanzata urbanizzazione, rivoluzione agricola) è certamente l'uso della macchina a vapore ad imprimere al processo di industrializzazione una accelerazione decisiva. Fu la maccchina a vapore a risolvere il problema dell'estrazione del carbon fossile. Fu sempre la macchina a vapore a ottimizzare il processo di fusione della ghisa negli altiforni a coke. Poter dare forma al ferro a basso costo , significava produrre su scala industriale nuovi utensili, nuove macchine, le stesse rotaie e i treni che velocizzarono notevolmente i tempi di trasporto delle merci.
Ovunque la macchina a vapore consentì di concentrare uno straordinario volume di produzione in un solo attrezzo, unificando in un unico ambiente (la fabbrica) ciò che prima era disperso nei villaggi dei contadini, che durante l'inverno lavoravano ad es. come filatori o tessitori o vetrai, non essendo impegnati nelle operazioni di semina o aratura o raccolta. Progressivamente scompare la figura del contadino sostituita da quella dell'operaio e la terra perde di importanza: il possederla non determina più la ricchezza o il potere; ricchezza e potere sono legati ora indissolubilmente alla proprietà dei mezzi di produzione.
La terra e la macchina: esse rappresentano due rivoluzioni realmente globali, epocali. Mi piace definirle "rivoluzioni ininterrotte" (riprendo la definizione data da Scipione Guarracino alla rivoluzione industriale nella sua "Storia dell'età moderna" Edizioni Bruno Mondadori pag. 357) per distinguerle dalle "rivoluzioni storiche". Queste ultime portano cambiamenti radicali, ma hanno breve durata e una dimensione geografica limitata. La discontinuità che generano rispetto al passato si interrompe presto, seguita di solito da una fase di "normalizzazione".
Le due rivoluzioni legate alla terra e alla macchina innescano inveceun processo ininterrotto di cambiamenti, un processo continuo e di lunga durata, che sopravvive agli eventi storici contingenti.
La terra e la macchina saranno inoltre due categorie fondamentali, che ci consentiranno di comprendere meglio il mondo antico e la società contemporanea.
domenica 23 settembre 2007
Storia e memoria: perchè un blog
Buongiorno a tutti,
forse sono eccessivamente pessimista, ma ritengo che gli ultimi 20 anni della nostra storia nazionale costituiscano un momento di grave caduta culturale e morale, paragonabile forse soltanto a quella del ventennio fascista.
L'effetto devastante che i media di massa hanno sulla coscienza dell'individuo e della collettività è, da un lato, il frutto di un sistema dell'informazione anomalo che, con la complicità interessata della politica, ha cancellato la figura dell'editore puro, dall'altro è il risultato di una inaccettabile ignoranza dei processi storici più elementari che, se conosciuti, potrebbero almeno costituire una forma di difesa minima di fronte alla mistificazione sistematica dei fatti operata dai media. Responsabile di tale situazione di "black out" rispetto alla divulgazione della storia, non è soltanto il sistema della scuola, ma gli stessi addetti ai lavori: gli storici di professione appunto. Non sono io a dirlo, ma uno studioso autorevole come Nicola Tranfaglia, il quale afferma senza mezzi termini che oggi "La divulgazione storica viene lasciata quasi del tutto agli operatori della comunicazione" ( Nicola Tranfaglia: "Un passato scomodo" Baldini Castoldi Dalai editore pg. 18)
Alla riflessione di Tranfaglia mi permetto di aggiungere che la divulgazione della storia, proprio in quanto divulgazione e non studio specialistico, viene assimilata, interiorizzata, "ricordata" e dunque rievocata con maggiore facilità, divenendo l'elemento essenziale di quella che comunemente si definisce memoria.
La coscienza della propria storia è patrimonio del singolo in quanto tale e del singolo nei suoi rapporti con gli altri. Senza di essa non vi può essere cultura.
Troppo spesso sento alla televisione o leggo sui giornali opinionisti, uomini politici o personaggi che si definiscono "intellettuali", discettare di storia (soprattutto la storia del XX secolo) con irritante pressapochismo e in modo strumentale, senza peraltro essere contraddetti da alcuno.
Troppo spesso mi confronto con persone che si riempiono la bocca di parole come fascismo, nazismo, rivoluzione francese senza conoscerne nemmeno la collocazione cronologica.
Non sono uno storico; sono un cittadino come tanti. La sera, dopo il lavoro, anzichè guardare la televisione, apro un libro e leggo, faccio uno sforzo di sintesi e, soprattutto, cerco di ricordare. Non è facile, ma mi dà una enorme soddisfazione perchè mi consente, da un lato, di affrontare tutte le discussioni con cognizione di causa, sapendo immediatamente collocare ogni argomento nel contesto storico corretto e arricchendo ulteriormente la mia conoscenza nell'ascolto del mio interlocutore, dall'altro mi dà la possibilità di correggere e smascherare (attraverso la conoscenza del semplice fatto storico) l'ignoranza di chi crede di sapere ma non sa.
La storia è la vita passata, dunque è storia di tutto e comprende tutto (l'economia, la politica, le scienze, la filosofia, le arti, la culinaria...). Essa offre, per usare un termine caro al web, "link" su tutti gli argomenti; dà lo spunto per approfondimenti ulteriori in tutti i campi dello scibile umano. In questo blog vorrei mettere a disposizione degli altri blogger ciò che, attraverso lo studio della storia (soprattutto la storia degli ultimi due secoli), mi pare di aver colto di alcuni aspetti della società contemporanea, senza la pretesa di insegnare niente a nessuno, ma sperando di suscitare interesse in qualche "navigatore" della rete e magari qualche discussione. Cercare di mantenere viva la nostra cultura ed evitare di farci narcotizzare dai media è l'unico modo per essere ancora noi i soggetti della storia, senza condizionamenti: uomini che scelgono e non "telespettatori" o "consumatori".
Grazie a chiunque leggerà o interverrà esclusi i familiari..
Paolo Schibuola
forse sono eccessivamente pessimista, ma ritengo che gli ultimi 20 anni della nostra storia nazionale costituiscano un momento di grave caduta culturale e morale, paragonabile forse soltanto a quella del ventennio fascista.
L'effetto devastante che i media di massa hanno sulla coscienza dell'individuo e della collettività è, da un lato, il frutto di un sistema dell'informazione anomalo che, con la complicità interessata della politica, ha cancellato la figura dell'editore puro, dall'altro è il risultato di una inaccettabile ignoranza dei processi storici più elementari che, se conosciuti, potrebbero almeno costituire una forma di difesa minima di fronte alla mistificazione sistematica dei fatti operata dai media. Responsabile di tale situazione di "black out" rispetto alla divulgazione della storia, non è soltanto il sistema della scuola, ma gli stessi addetti ai lavori: gli storici di professione appunto. Non sono io a dirlo, ma uno studioso autorevole come Nicola Tranfaglia, il quale afferma senza mezzi termini che oggi "La divulgazione storica viene lasciata quasi del tutto agli operatori della comunicazione" ( Nicola Tranfaglia: "Un passato scomodo" Baldini Castoldi Dalai editore pg. 18)
Alla riflessione di Tranfaglia mi permetto di aggiungere che la divulgazione della storia, proprio in quanto divulgazione e non studio specialistico, viene assimilata, interiorizzata, "ricordata" e dunque rievocata con maggiore facilità, divenendo l'elemento essenziale di quella che comunemente si definisce memoria.
La coscienza della propria storia è patrimonio del singolo in quanto tale e del singolo nei suoi rapporti con gli altri. Senza di essa non vi può essere cultura.
Troppo spesso sento alla televisione o leggo sui giornali opinionisti, uomini politici o personaggi che si definiscono "intellettuali", discettare di storia (soprattutto la storia del XX secolo) con irritante pressapochismo e in modo strumentale, senza peraltro essere contraddetti da alcuno.
Troppo spesso mi confronto con persone che si riempiono la bocca di parole come fascismo, nazismo, rivoluzione francese senza conoscerne nemmeno la collocazione cronologica.
Non sono uno storico; sono un cittadino come tanti. La sera, dopo il lavoro, anzichè guardare la televisione, apro un libro e leggo, faccio uno sforzo di sintesi e, soprattutto, cerco di ricordare. Non è facile, ma mi dà una enorme soddisfazione perchè mi consente, da un lato, di affrontare tutte le discussioni con cognizione di causa, sapendo immediatamente collocare ogni argomento nel contesto storico corretto e arricchendo ulteriormente la mia conoscenza nell'ascolto del mio interlocutore, dall'altro mi dà la possibilità di correggere e smascherare (attraverso la conoscenza del semplice fatto storico) l'ignoranza di chi crede di sapere ma non sa.
La storia è la vita passata, dunque è storia di tutto e comprende tutto (l'economia, la politica, le scienze, la filosofia, le arti, la culinaria...). Essa offre, per usare un termine caro al web, "link" su tutti gli argomenti; dà lo spunto per approfondimenti ulteriori in tutti i campi dello scibile umano. In questo blog vorrei mettere a disposizione degli altri blogger ciò che, attraverso lo studio della storia (soprattutto la storia degli ultimi due secoli), mi pare di aver colto di alcuni aspetti della società contemporanea, senza la pretesa di insegnare niente a nessuno, ma sperando di suscitare interesse in qualche "navigatore" della rete e magari qualche discussione. Cercare di mantenere viva la nostra cultura ed evitare di farci narcotizzare dai media è l'unico modo per essere ancora noi i soggetti della storia, senza condizionamenti: uomini che scelgono e non "telespettatori" o "consumatori".
Grazie a chiunque leggerà o interverrà esclusi i familiari..
Paolo Schibuola
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