domenica 21 settembre 2008

Il problema della periodizzazione

Nel post precedente abbiamo molto schematicamente suddiviso la storia dell'uomo in due grandi momenti: una lunghissima fase che va dal neolitico fino alla rivoluzione industriale e una fase più recente, che va dalla rivoluzione industriale fino ai giorni nostri, mettendo in relazione un' epoca della preistoria (il neolitico) con un fatto che appartiene alla storia (la riv. industriale).
Nel fare ciò abbiamo volutamente sconvolto la periodizzazione classica, quella che si trova nei libri di scuola e che è stata generalmente accettata dalla storiografia.
I motivi di tale impostazione sono da ricondurre all'esigenza di uscire dalla convenzionalità degli eventi individuati nella periodizzazione classica per indicare il passaggio da un'epoca all'altra. Ricordiamoli brevemente: 476 d.C. caduta dell'impero romano d'occidente e fine della storia antica, 1492 scoperta dell'america e fine della storia medievale, 1789 primo anno della rivoluzione francese e fine della storia moderna. A partire dal 1789 inizia la storia contemporanea.
Una suddivisione delle "età della storia" costruita privilegiando alcuni fatti rispetto ad altri non rende ragione della profonda coerenza e unità del processo storico e non aiuta a capire. Questo tipo di approccio presuppone che un fatto storico sia come la risultante della somma dei fatti precedenti ad esso. Ricostruire i fatti e unificarli in sequenza temporale con la preposizione "poi" rimane un puro esercizio di ricerca archivistica, se non è accompagnato dalla consapevolezza che la storia è il dispiegarsi nel tempo del rapporto degli uomini con gli altri uomini e degli uomini con la natura. I rapporti tra gli uomini mutano nel tempo perchè cambia il loro relazionarsi con la natura e viceversa la natura si trasforma nel tempo perchè cambiano i rapporti tra gli uomini.
Una periodizzazione costruita con questo criterio elimina come esteriore e accidentale la distinzione tra storia antica, medievale e moderna, unificandole in un unico lungo periodo che si conclude con la rivoluzione industriale.
Nelle società pre-industriali la natura subisce un lento benchè inesorabile processo di trasformazione. La scienza e la tecnica registrano sensibili progressi, ma non tali da provocare un reale cambiamento nella vita degli uomini. L'uomo medievale non è molto diverso dall'uomo moderno o dall'uomo antico e i loro rapporti non sono sconvolgentemente mutati in questo lungo lasso di tempo.
Fu la rivoluzione industriale a trasformare il contadino in un "altro" uomo assolutamente diverso, a cancellare dalla storia la figura del signore per sostituirlo con un nuovo padrone, ad imprimere una portentosa accelerazione al processo di trasformazione della natura, fino a sconvolgere l'intero ecosistema.
La natura può riprodursi ed esistere senza l'uomo, viceversa l'uomo non può continuare a esistere senza natura. L'uomo nuovo delle società industriali produce la tecnologia che è figlia della cultura del profitto. La tecnologia violenta e distrugge la natura, dunque l'uomo stesso. Questa è la cupa prospettiva che si presenta a questo nuovo "homo technologicus".
La nostra proposta interpretativa, che pone l'accento sulle relazioni sociali tra gli uomini e sul rapporto uomo/natura non vuole mettere al bando le periodizzazioni costruite sulle date, ma le vuole radicarle nella struttura unitaria della storia, mettendo in relazione anche fatti apparentemente lontani cronologicamente e uscendo dalle schematizzazioni rigide dell'approccio "scolastico".